Stavamo in fila per entrare nel padiglione Italia dell’Expo di Milano. Non ricordo nemmeno che anno fosse.
Faceva un caldo micidiale. L’aria era umida, avevo la gola secca e avevo anche finito l’acqua.
Per fortuna quel giorno mi ero vestito leggero, pantaloncino e maglietta con zaino in spalla, niente più. Eppure sudavo. Ma non ero l’unico bagnato in fila eh. Sia davanti che dietro a me vedevo maglie fradice. Soprattutto gli uomini. Le donne riescono a vestirsi più leggere di noi è chiaro. A volte gliele invidio quelle gonne che alla prima folata seppur minima si muovono appena, neanche fossero di carta velina. O quelle camicette colorate che sembrerebbero fatte di sottilissima carta da zucchero. Bellissime. Noi no, anche con un pantaloncino possiamo sudare come cinghialotti che corrono a tutta velocità su una striscia di asfalto sperduta nel deserto a mezzogiorno. Che poi chi l’ha mai visto un cinghiale sudare?Bah. Ma tant’è. Stavo sudando. La fila era sistemata in maniera tale da girare quattro o cinque volte su se stessa per poter riempire sostanzialmente un quadrato di persone che in linea altrimenti avrebbero occupato qualche chilometro di marciapiede e del prato tutto intorno a noi. Alla mia sinistra avevo lo sviluppo della fila che stava dietro di me. Alla mia destra la coda di quelli che stavano davanti. E proprio tra questi c’era lei. Mora, poco più bassa di me, jeans, occhi chiari, labbra timidamente carnose, guance piene, capelli scuri, grossi, lunghi, raccolti in un elastico colorato che generava una coda strettissima che le scendeva fino al collo. Orecchini a cerchio, grandi, gambe lunghe, tronco slanciato in una camicetta bianca che racchiudeva un seno delicato, non troppo prosperoso. Si intravedeva il pizzo del reggiseno bianco che indossava. Zaino piccolo, nero, di pelle, collanina d’oro che si chiudeva sul petto appena sotto al collo con una scritta in corsivo che non riuscivo a leggere.
“Silvia giusto…?” le feci facendo riferimento al nome che aveva sulla collanina.
“No” mi fece lei interrompendo la chiacchierata con una sua amica.
“Serena…?”
“Nemmeno”
La fila si mosse e lei avanzò di qualche passo. Di conseguenza persi il primo contatto.
Quando la reincrociai ci riprovai.
“Signorina guardi lei è bellissima. Io non so come fare a torglierle i miei occhi di dosso mi deve perdonare. “ accanto a lei sia le amiche che le signore e i signori in fila iniziavano ad appassionarsi alla situazione ridendo appena guardandomi incuriositi a metà tra un incoraggiamento e un ‘voglio proprio vedere come va a finire…’.
“Guardi faccia attenzione che non sono sola.” mi fa lei.
“Nemmeno io. Vede, lui è Matteo, ma è già fidanzato, io invece mi chiamo Antonio e sono qui per lei. E senza neanche saperlo.”
Fece una risata leggera mentre la sua amica iniziava a trattenersi a malapena.
Una signora bassina e in carne, con occhiali da sole, cappellino di paglia e carnagione chiara, accanto a loro mi guardava affascinata e divertita.
“Mi dia il suo numero di telefono. La prego.” continuai.
“Non faccia così, non sia sfacciato.”
“Mi vuole sposare?”
“Antonio, smettila…” mi dice lei, Stella, ridendo mentre la sua amica, Giulia, si abbraccia Matteo scoppiando a ridere.
La signora che stava seguendo la scena, lì per lì non capì e per non deluderla mi girai appena verso di lei “L’ho già conquistata qualche anno fa sa, ma siccome mi piace moltissimo ogni tanto ci riprovo ugualmente come se fosse la prima volta…” Si mise a ridere anche lei arrossendo e facendomi con accento romagnolo “Fai bene, non si dovrebbe smettere mai di conquistarsi la propria donna.”.
“Vabbe un bacio dammelo Amore però…” dissi a Stella mentre la coda ricominciava a scorrere separandoci nuovamente. Lei rise alzando appena le spalle e allargando leggermente le mani dando colpa al flusso che ci aveva riallontanati.
La struttura del padiglione Italia era bianchissima, alta, imponente, fatta in modo tale che dall’esterno sembrasse un intreccio di fasce che ricordassero gli incastri creativi e naturali di un nido, affascinante, moderno, rassicurante.
E nel nido che avevo scelto per noi a Milano in quei giorni di vacanza fuori casa, facemmo l’amore quella sera stessa dopo una cena a base di sushi.
“A che pensi?” mi chiese Stella mentre nuda accendeva l’abat jour.
“A nulla.”
“E come fai?”
“Chiudo gli occhi e basta…non penso…”
“Ma è impossibile non pensare a nulla dai come fai?Non esiste un momento in cui la mente non pensi a qualcosa”
“E tipo?tu a che staresti pensando?”
“A quanto sto bene.”
“Di salute?”
“No, scemo. A quanto sto bene quà con te. Adesso, e non solo.”
“Grazie amore. Anche io.”
Lei si girò mettendosi su un fianco, verso di me, iniziando ad accarezzarmi la pancia e il petto continuando a parlare.
“E allora sposiamoci. Oppure facciamo un figlio!”
“Amo, che succede…?”
“Niente perchè?Che deve succedere?”
“Beh qualcosa Stella mia sarà successo se dopo che abbiamo fatto l’amore mi parli di figli e matrimonio. Sono stato così bravo…?” mi girai sul fianco anche io mettendomi di fronte a lei e rinunciando ai grattini che mi stava facendo.
“Amore mio…sei stato bravissimo ovvio…” fece con tono sarcastico prima di rifarsi seria “ma non è questo che ha fatto la differenza. Ho 35 anni, sono innamorata, stiamo insieme da 6 anni, e mi sento di essere nel momento giusto per realizzare dei sogni. Mi sento di avere accanto l’uomo giusto, quel filo di seta con cui voglio collegare i punti più importanti della mia vita. Un bel matrimonio, con un bel vestito da principessa, bianco, con una gonna immensa, tonda, larga tipo via col vento, scarpe di cristallo, in una chiesa piena di fiori e dei miei familiari che piangono commossi, allargandosi come le acque nel deserto biblico mentre avanzo col braccio a mio padre e man mano mi si mostra passo dopo passo il pavimento intarsiato della navata centrale di una chiesa che si apre fino a svelarmi te, l’uomo della mia vita. E da li tu mi prenderai per mano senza ali e senza rete, come direbbe De Gregori, e voleremo via per il passo successivo, un figlio tutto nostro che racchiuda nei suoi occhi tutto il nostro amore.”
“Baaaah. Ma è bellissimo!E perchè non l’abbiamo già fatto?”
“Perche tu non hai mai voluto amore mio.”
“Naaa, risposta sbagliata. Non è che non ho mai voluto, a volere voglio, è che ci mancano alcuni dettagli.”
“E quali sarebbero questi dettagli?”
“Beh il tempo innanzitutto. Vorrei vedere te a organizzare un matrimonio che non ci bastano 24 ore per lavorare come vorremmo figurati per pensare ad altro. E pur lavorando senza perdere tempo in altro, stiamo con i soldi contati ci hai mai pensato?Sai quelle cose di carta, o quei numeretti che ti appaiono quando apri il conto corrente dalla app…?”
Ride.
Ma replica.
“No amore non è così…Queste sono scuse. Tu non volevi perchè ti manca il respiro quando parliamo di queste cose. Ti senti grande, direi vecchio….”
“Ah!Non si dice vecchio…comunque no, direi di no che non è vero non è quello il problema. Superati i 35 non li conto più quindi la percezione della mia vecchiaia è persa nel fumo delle candeline che spengo senza guardare i numeri ai miei compleanni.”
“Ecco lo vedi…Hai un problema con la tua età c’è poco da fare. Eppure sei un così bel cinquantenne…” mi fece abbozzando un sorriso e accarezzandomi il viso.
Feci una risata spontanea “sei una capocomica quando fai così guarda…Ti ricordo che ci passiamo cinque anni, non di più, e che ad essere proprio esatti ancora non ho manco superato la soglia dei quaranta se proprio vogliamo metterci a fare due conticini…”
“Amore mio ma manca un mesetto, che vuoi che siano trenta giorni….?”
“Non ti rispondo nemmeno guarda….”
“Allora?Mi vuoi sposare?”
“Ma mica funziona così dai…Non sono io a dovertelo chiedere?”
“Eh, e allora chiedimelo…”
“Ma dai mica si fa così su due piedi, su ordinazione, su comando dai amore so cose serie…”
“Eddai…Lo vedi, non vuoi….”
“Ma come no…Dai non si può fare una dichiarazione così importante su richiesta dai su. Ma perchè proprio ora?”
“Uffa ma te l’ho detto. Scusa eh ma dimmi perche no…?”
“Eh perchè….perche mica l’ho trovata ancora una donna che sia ingrado di farmi ridere, di farmi stare bene in ogni situazione in cui sto con lei, che mi faccia sentire forte quando siamo insieme, che quando mi sorride mi fa perdere la testa per quanto è bella, che quando parliamo mi ascolta, che mi guarda facendomi sentire che mi ama, che mi dice ti amo in mezzo alla giornata anche senza un motivo specifico, che mi scrive mi manchi su whatsapp anche se siamo a lavoro in due stanze divise solo da un tramezzo, che mi chiama e mi chiede ‘ma quando ci vediamo?’, che parla di me e di lei facendomi sentire come fossimo un cuore solo. Capito?Se avessi una donna così al mio fianco, capace anche perchè no di fare l’amore lasciandosi completamente andare e di prendermi per mano guidandomi in viaggi di estasi che fermano il tempo attorno a noi, e che dopo accende la luce nuda e mi chiede “facciamo un figlio?”, ecco ad avercela una donna cosi…” misi le mani sul suo volto una dietro la nuca e una sulla guancia avvicinandomi “le chiederei, vuoi sposarmi…?”
“Certo.” mi fece lei.
“E allora va trovata una così…”
Me la abbracciai forte per bloccarla mentre si dimenava per cercare di sbattermi in faccia un cuscino mentre ridevamo.
Al mattino seguente avremmo lasciato la camera per fare ritorno a Roma.
Chiamai un taxi e scendemmo quando ci arrivò la notifica che ci diceva che era arrivato.
Una volta a bordo Stella mi strinse la mano e a metà percorso verso la stazione mi disse all’orecchio “mio futuro sposo, lo sai che manca qualcosa si…?”
Mi girai verso di lei con sguardo interdetto.
Lei tirò su una mano allargando bene le dita e sempre all’orecchio con voce suadente mi fece “Mica penserai che te la puoi cavare così….” “A me non piacciono gli anelli” “A me si amore…” e mi diede un bacio ridendo.
Avevo deciso di darle l’anello e rifarle la proposta come tradizione richiedeva. E avevo deciso di farlo nel giorno del mio quarantesimo compleanno.
Ci misi una settimana ad organizzare la cosa ma l’avvertii solo che per quel giorno avrei voluto fare un pranzo fuori roma tra me e lei e non volevo feste o altro.
Presi un anello con una fascia larga di argento e con cinque diamanti lungo la circonferenza.
Poi i biglietti del treno perchè volevo festeggiare a Firenze la città del nostro primo viaggio insieme.
Quel giorno partimmo la mattina sul presto.
A Roma c’era un bel sole mentre le previsioni davano nuvole sparse su Firenze nel corso della giornata.
Saremmo arrivati a metà mattinata e dalla stazione l’avrei guidata io.
Scendemmo e iniziammo a percorre senza fretta la strada lasciandoci la facciata di Santa Maria Novella alla nostra sinistra. Dandole le spalle arrivammo a via della Scala, e prendendo via del Sole incrociammo Via della Spada, Via Tornabuoi, dove una spontanea ed irresistibile attrazione faceva tendere Stella verso le vetrine dei vari Bulgari e Armani e solo implorandola di non cedere alle tentazioni riuscii a condurla dritta su Via degli Strozzi, a mirare il palazzo di una delle famiglie più importanti di Firenze e più ostile ai Medici in quella sanguinaria competizione tra mecenate e cavalieri, guelfi e ghibellini, che alimentò le vene di quella che fu la capitale del mondo in quegli anni di rinascimento umano. Tirammo oltre la colonna dell’abbondanza e l’antica giostra di Piazza della Repubblica, e sempre scortati dai bei palazzi dei ricchi nobilati fiorentini passo dopo passo vedevamo le strade animate da turisti e immaginari Lorenzo o Savonarola, colpiti dall’illusione che stessimo camminando lì dove un tempo avremmo potuto essere circondati da Caterina De Medici o Michelangelo, Leonardo, o chissa chi altro. O che da un momento all’altro potesse sbucarci da un angolo un Dante immortale, che magari venendo da Via del Corso incrocia i nostri sguardi per farci strada davanti a noi e portarci su una via stretta, scura, lasciata in pace dalla folla, con poche persone a sentire il delicato soffio di una leggenda d’amore.
La nostra meta.
Santa Margherita dei Cerchi.
Era lì che avevo deciso di far entrare in scena il mio amore mettendolo in mano alla mia amata con una proposta di infinito.
La chiesa è talmente intima che senza attenzione nemmeno si riconosce il portone di ingresso.
Molto sobria, scarna, piccola, con una volta a sorreggere il soffitto e l’altare in pietra appoggiato al muro in fondo alla struttura. Le pareti appena intonacate senza affreschi o sculture in marmo, con le uniche eccezioni per la pala della Madonna in trono con le sante Lucia, Margherita, Agnese e Caterina d’Alessandria che Lorenzo di Bicci, che il Vasari definisce “pittor pratico e spedito” fece tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo. Sulla destra Domenico di Michelino che nello scorrere del secolo 1400 riproduce le Storie di Santa Margherita d’Antiochia, martire cristiana a cui è dedicato il luogo. Null’altro.
Camminammo con calma scorrendo le poche panche ai lati di un corridoio centrale che a farselo tutto porterebbe all’austero altare principale. Ma a me interessava l’altare di sinistra, quindi ci fermammo prima.
Stella andò oltre guardando in alto.
Io focalizzai il punto finale del nostro viaggio e rigirandomi verso di lei la chiamai sottovoce. Eravamo soli e nonostante avessi parlato piano un soffio rimbombò ugualmente nella chiesetta.
“Vieni qui.” Le feci.
Lei tornò indietro e si mise come me faccia a questo altare minore.
Sotto, sui dei gradini in marmo, era poggiato un cesto di vimini rosso con dentro tanti biglietti di carta di diversi colori e diverse misure scritti a penna o a macchina, piegati o aperti.
Avvinandoci con un paio di passi arrivammo a leggere la lapide sotto l’altarino che riportava inciso “Sotto questo altare Folco Portinari costruì la tomba di famiglia. L’8 Giugno 1291 Vi fu sepolta Beatrice Portinari – Pietra Tombale di Beatrice Portinari” .
Mentre lei leggeva avevo preso dalla tasca il biglietto che avevo preparato e la custodia chiusa con l’anello che avevo pensato per lei.
Glieli avvicinai.
Lei li vide e poi mi tirò un’occhiata gia con qualche lacrima pronta, a far capolino dagli occhi lucidi.
Non dissi nulla e nemmeno lei. C’era un silenzio perfetto, caldo, rotondo che ci avvolgeva proteggendoci in un mondo in cui eravamo solo noi.
Lesse il biglietto in silenzio. Le cadde una lacrima. Poi un’altra e poi un’altra ancora.
“Amore mio infinito, davanti a questo amore eterno ti prometto il mio per sempre, il mio onore, il mio rispetto. Sei tu ciò che per me “move il sol e l’altre stelle”. Vuoi sposarmi…?”
Le lacrime le scorrevano lungo le guance e alcuni goccioloni si erano fermati in bilico ai lati del mento. Si girò verso di me senza neanche avere la forza di dirmi si. Mosse solo le labbra continuando a piangere e capendo che non le stava uscendo fiato annuì con la testa. Me la presi stringendola nell’abbraccio più forte che potevo e ci baciammo. Lei mi strinse e mi baciò con le labbra bagnate delle sue stesse lacrime ed eravamo un noi bellissimo e unico. Si asciugò sulla mia spalla la guancia, e dopo un respiro profondo si fermò guardando la custodia. Aprì e vide l’anello. E riscoppiò a piangere. Me la ripresi e riabbracciai con forza cedendo anche io ad una lacrima questa volta. Le dissi “sediamoci un attimo” e ci appoggiammo alla prima panca che avevamo a portata.
Si mise l’anello. Le stava. Non ci avrei scommesso più di tanto. Feci un sorriso leggero e glielo dissi sottovoce. Lei se lo guardò dicendomi “è perfetto”.
A quel punto ripresi il biglietto e tirai fuori una penna.
“Ora amore mio però mi devi rispondere. Scrivilo qui, così poi lasciamo a Beatrice la nostra promessa e la facciamo essere testimone perpetua della nostra vita insieme. sempre se ti va…..?”
Lei prese il foglio e trattenendo di nuovo qualche lacrima che voleva ributtarsi sulle guance, annuì e prendendo la penna scrisse.
“SI”.
